Qualcosa sull’adolescenza

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“Perchè voi volete che noi parliamo, ma è sempre un parlare diverso, con delle regole. Io quel parlare lì non lo chiamo parlare. E non è vero che non capisco, smettila di dire che non capisco. Se continui a dire che non capisco me ne vado. Mamma, io non sono presuntuosa, non voglio avere ragione a tutti i costi, voglio essere ascoltata a tutti i costi o lasciata in pace”. (Porci con le ali)

Allora fammi scomparire/tra gli anelli di fumo della mia mente
giù nelle nebbiose rovine del tempo,/lontano dalle foglie ghiacciate
dai terrificanti alberi infestati da fantasmi,/su spiagge tempestose,/fuori dalle grinfie del folle dolore
Sì, danzare sotto il cielo di diamante/con una mano che fluttua libera/stagliata contro il mare, e intorno un cerchio di sabbia,
tra ricordi e destino/sperduti nelle onde/lasciami scordare
l’oggi fino a domani. Bob Dylan, Mr. Tambourine Man

Bisogna partire dal presupposto che l’adolescente si trova nella fase della vita in cui il suo corpo “assorbe” i due farmaci che Prometeo sintetizzò e donò all’uomo: il fuoco che dà intelligenza e lo mette al pari degli dei, “La technè”, l’arte del fare, che dà gli strumenti per esplorare il mondo ed espandere la sua conoscenza facendolo uscire dal suo stato di minorità; l’altra pillola è quella dell’oblio dell’ora della morte. “Spensi all’uomo la vista della morte”, disse Prometeo, e la Corifea gli chiese: “Che farmaco trovasti a questo male?” La sua risposta fu: “Seminai la speranza che non vede”.
Ma se l’oblio della morte, ovvero la sua dimenticanza o rimozione, deve sempre accompagnare la technè, senza la prospettiva della morte non è solo sofferenza in eterno?
Questo appare essere il limbo in cui si trova l’adolescente, limbo carico di energia divina, ma allo stesso tempo condizione pericolosissima che lo mette a confronto con i drammi dell’esistenza, perché la speranza, la rimozione della morte, è una condizione mentale che esclude la realtà somatica di un corpo che continua a rimanere mortale. Ma chi è immune da questo passaggio? Nessuno. Ciononostante la società in generale sembra assuefatta dal farmaco della speranza, portando a non vedere nell’altro le ferite, in quanto non si ha coscienza delle proprie.
Già la dott.ssa Fiorina denunciava questa tendenza nel suo articolo “Disturbi Psichici tra Giovani e Bambini” quando dice: “La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) ha contato e ci dice che oggi sono due milioni i bambini e ragazzi con disturbi neuropsichici. Ci si aspetterebbe che medici, pediatri, scuola, istituzioni, genitori, si affrettassero a discutere, programmare, dire la loro riguardo ad un fenomeno così doloroso. Invece non sta
accadendo nulla. Ci si affaccia alla nuova normalità.”. Allora, chi si trova ad accompagnare l’adolescente in questo transito esistenziale della propria vita, deve essere al pari di Chirone, un uomo ferito, un mortale che ha coscienza di esserlo, che cura un altro mortale1.

A partire da queste suggestioni possiamo sinteticamente affermare che l’adolescenza appare come quella fase di transizione che porta a una serie di cambiamenti:

– Percezione del rischio diminuita/scarsa;
– Sensibilità alla ricompensa (gli adolescenti cercano livelli più elevati di novità e di stimoli per ottenere la stessa sensazione soggettiva di piacere), che da un punto di vista neurobiologico sembra data da livelli di base della dopamina che risultano inferiore ad altre fasi della vita il tipico “sono annoiato”, 3 sono gli effetti della ricerca di gratificazione (dopamina): 1- aumentata impulsività; 2- predisposizione a sviluppare dipendenze; 3- iper-razionalità);
– Regolazione del sé/Autoregolazione (c’è una relativamente lenta maturazione del sistema regolatorio attivo nella pianificazione ed inibizione).

All’interno del nostro centro clinico si ritrova la filosofia dell’approccio integrato alla complessità del ragazzo, che si declina in un processo terapeutico che spazia da un livello sanitario, a uno pedagogico-riabilitativo, a uno psicodinamico-psicoanalitico, a uno sistemico cercando di integrare questi diversi livelli in un equilibrio tra essi.

Alla base del nostro intervento vi è la diagnosi basata sui bisogni specifici del ragazzo, che completa la diagnosi nosografica includendo gli oggetti del bisogno, che spesso, si traduce nell’inserimento, all’interno del progetto terapeutico, di un operatore dedicato, un compagno adulto alla Novelletto o un intermediario alla Zapparoli.
Il compagno adulto è un fratello, un patto naturale antico e potente, che come rimanda l’etimologia, affonda in un sodalizio di sostentamento e crescita, che è onorevole paradigma della vita stessa. Un Io ausiliario, essenziale ed indispensabile che esiste in funzione dell’altro e per l’altro, sarebbe l’oggetto/quella figura professionale (psicologo del territorio/educatore specificatamente formato) che permette l’intermediazione tra la realtà interna (mondo psichico del ragazzo) e quella esterna (ambiente circostante), aiutando l’adolescente a interfacciarsi con le 4 macro aree in cui si sviluppano i compiti vitali di questa fase specifica della vita: cambiamenti cognitivi • indipendenza • formazione dell’identità • sessualità.

Poi: psicoterapia, terapia farmacologica, supporto alla genitorialità e Laboratori Artistici ed Espressivi.

A Sinaptica crediamo sia importante vedere l’esplosione della crisi psichica che porta i ragazzi adolescenti e le loro famiglie a chiedere aiuto presso il nostro centro, non solo come lo stadio ultimo di un malessere incontenibile accumulatosi nel tempo, ma anche come una strategia di comunicazione, esterna ed estrema, che l’adolescente scaglia fuori per essere finalmente compreso e aiutato dagli adulti. Questa occasione di comunicazione e l’energia umana che sprigiona, non devono assolutamente andare sprecate, al contrario, deve essere considerata il motore e il veicolo che conduce lo psicoterapeuta e l’equipe in generale alla comprensione, sulla rotta di una possibile guarigione, intesa come riconquistata capacità di ricucire quella linea continua dello sviluppo che si era lacerata.

Partendo da queste considerazioni e proponendo l’immagine del fratello come collegamento tra il paziente adolescente e i gruppi che se ne occupano, è possibile pensare, sia a livello di prassi clinica riguardante il privato sociale sia da un punto di vista legislativo, all’istituzione di servizi specifici per l’adolescenza che, creati per un obiettivo specifico, possano essere utili al fine di permettere al ragazzo di proseguire il proprio percorso di soggettivazione e non intraprendere la strada della cronicità.

Ma, come Winnicott (1950) già sottolineava: non sono solo sufficienti leggi o meccanismi amministrativi. In ogni caso per occuparsi in modo appropriato di un adolescente sofferente ci vogliono degli esseri umani e questi devono essere del tipo giusto, diceva…


Articolo a cura di Luigi Scilla

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